Tre ricercatori del Bo in Antartide per “raffreddare” il pianeta

PADOVA. Può un pesce, un mollusco o addirittura un microrganismo abituato a vivere in Antartide, “insegnarci” un meccanismo di sopravvivenza di fronte ai cambiamenti climatici globali che stanno aggredendo anche questo continente lontanissimo? E potrebbe adattarsi a vivere in ambienti diversi come pianeti esterni al sistema solare? Ancora, è possibile replicare a livello industriale la produzione di omega-3 (acidi grassi essenziali per la dieta umana) sviluppata da alcuni batteri dell’Antartide? Infine, il campionamento genetico di alcune specie di gamberetti e di altri organismi pluricellulari marini può costituire uno strumento per preservare la biodiversità di questa parte del mondo, ricca di uranio, petrolio e minerali preziosi e, non a caso, minacciata da rivendicazioni nazionali da una parte e, dall’altra, dall’inquinamento generato dal resto del mondo?

Per dare una risposta concreta a simili domande un gruppo di ricercatori del Dipartimento di Biologia dell’Università di Padova sta preparando i bagagli. Destinazione? Questa terra disabitata ed enorme: 13 milioni di chilometri quadrati (una volta e mezza l’Europa), un territorio ricoperto per il 98% dalla calotta glaciale illuminato dal sole nell’estate australe da ottobre a febbraio e d’inverno immerso nell’oscurità, lungo la costa medie estive intorno a zero gradi.
Partenza il 30 ottobre per il professor Gianfranco Santovito, originario di Castelfranco Veneto, già alla sesta missione (la prima nel 1998). «La meta? La stazione italiana “Mario Zucchelli” che ospita 80 persone. Con il collega Pietro Giulianini dell’Università di Trieste, studieremo come le componenti chiave della rete alimentare antartica rispondono ai cambiamenti climatici» chiarisce Santovito. I due ricercatori si sposteranno tra i ghiacci, con una trivella praticheranno dei fori, con la canna o grazie ai sommozzatori-incursori della Marina militare pescheranno pesci da campionare o preleveranno acqua ricca di organismi unicellulari da analizzare. Il resto del lavoro nei laboratori della stazione «per verificare come questi organismi sono in grado di reagire al global warming, il surriscaldamento globale».

Staffetta a fine dicembre con il dottor Fabio De Pascale, veneziano, impegnato «a studiare quei batteri che producono gli omega-3, lipidi indispensabili nella nostra alimentazione» spiega, «Altre unità di studio trasferiranno queste conoscenze nel processo biotecnologico industriale». Il 15 marzo 2018, invece, via libera alla missione della professoressa Chiara Papetti, udinese, pronta a salpare a bordo di una nave oceanografica (100 persone tra studiosi ed equipaggio) lungo le coste della penisola antartica davanti alla Terra del Fuoco nell’ambito di un progetto per valutare l’adattabilità ai cambiamenti climatici dei pesci. «È una ricerca di base sulle specie che vivono in Antartide e sull’impatto che può avere nei loro confronti la perdita di habitat naturale per effetto del cambiamento climatico. L’obiettivo è conservare la biodiversità di questo continente che non è così isolato dal resto del mondo come si crede» assicura. Tanto che al Polo Sud sono state trovate tracce di inquinanti della benzina verde a qualche anno dalla sua introduzione nel Sudamerica.
Ma serve davvero fare ricerca laggiù? Risponde il professor Santovito: «Tutti oggi abbiamo il navigatore satellitare o usiamo google maps. E dove sono stati sperimentati? In Antartide. Gli studi in questa area sono essenziali per la nostra vita».
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