Tribunale conferma il diritto a rapporti intimi in carcere

Il caso a Parma, l'istituto dovrà allestire uno spazio idoneo

(ANSA) - REGGIO EMILIA, 29 MAR - Il Tribunale di Sorveglianza conferma il diritto di un detenuto ad avere rapporti intimi con la moglie, senza il controllo della polizia penitenziaria, in una sorta di 'stanza dell'amore'. Un 44enne di origine campana (condannato per associazione mafiosa, ritenuto vicino al clan dei casalesi e in particolare al boss Francesco Schiavone detto 'Sandokan') ristretto nel carcere di Parma in 'alta sicurezza', ha fatto valere il proprio diritto sancito dalla Corte Costituzionale con sentenza del 26 gennaio 2024. A riportarlo è il Resto del Carlino di Reggio Emilia. Il magistrato di sorveglianza competente di Reggio Emilia, Elena Bianchi aveva detto sì alla sua prima richiesta, accogliendo il reclamo presentato dall'avvocato del foro di Reggio, Pina Di Credico "contro la negazione del diritto all'affettività" che avrebbe esercitato il carcere di Parma. Il provvedimento, datato 7 febbraio, prescriveva che entro 60 giorni il penitenziario avrebbe dovuto allestire uno spazio adatto agli incontri. Il detenuto aveva fatto richiesta il 4 marzo 2024, ma un mese dopo il carcere rispose negativamente dicendo di essere in attesa di determinazioni dagli uffici superiori, e poi, nel maggio 2024, di non avere gli spazi. La decisione è stata poi impugnata sia dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria sia dalla Procura che aveva sottolineato la "personalità obiettivamente pericolosa del detenuto, condannato due volte per associazione mafiosa anche con ruolo direttivo (...) forte del suo mai rescisso legame col vertice del clan Schiavone", dove risulterebbe inserito anche il fratello della moglie, pluricondannato. Ma il tribunale di Sorveglianza ha confermato la decisione, rovesciando il ragionamento: "Sono proprio gli esiti dell'osservazione penitenziaria che consentono di confrontare il quadro ai tempi delle condanne con l'assetto attuale che ben può - e anzi dovrebbe, se la carcerazione ha un senso - restituire una persona che ha maturato un'evoluzione. Impedire al condannato di esercitare l'affettività nei colloqui familiari è disfunzionale rispetto alla finalità rieducativa della pena". (ANSA).

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